gli eterni babau

30 Ottobre 2010 3 commenti

sono tanti i babau che s’inventano per far star buoni i pargoli. lì per lì sono efficaci, servono, ma non è detto che non producano effetti collaterali. come una “maria la longa” che mi ero inventata per renata e valida poi anche per guido, perché non si sporgessero dai balconi: li avrebbe afferrati con tutta la forza delle sue lunghe braccia rampicanti sempre tese a cercar bambini. era stretta parente della strega in cui s’imbatte il povero pierino pierone “margherita accendi il fuoco che ritorno qui tra poco e prepara il calderone per bollire pierino pierone” (in fiabe italiane a cura di italo calvino). anni dopo ho saputo che quella figura fantastica compariva a volte nei loro sogni, e si svegliavano impauriti: avevo dato materia all’incubo, marialalonga aveva un posto d’onore nel loro immaginario onirico. per il mio nipotino “la signora carlona” era sempre dietro l’angolo, non doveva allontanarsi troppo ché altrimenti l’avrebbe portato via con sé: era un modo efficace per tenerlo d’occhio in albergo.
Il babau è un espediente che usano tutti i genitori, un noto esempio letterario è l’uomo della sabbia di hoffmann, ma lì gli effetti collaterali sono devastanti, leggere per credere. a marianne da piccola la tata raccontava raccapriccianti favole con orchi e streghe, e lei terrorizzata si addormentava. in campagna d’autunno spirava un vento impetuoso – lo chiamavano la buriana – che pareva parlasse: “sotto l’acqua e sotto u viento, sotto o noce e beneviento”, frase magica pronunciata dalle streghe che si davano convegno la notte sotto un albero di noce, così vuole la leggenda locale. la nostra casa di campagna era proprio in zona, e vi passavamo parte dell’autunno per la lavorazione delle noci. e la tata raccontava la leggenda – riveduta e corretta devo ammettere, ad usum bambini – perché il rito dell’addormentamento si abbreviasse. le janare nella tradizione popolare erano esseri demoniaci, donne urlanti che saltavano intorno a un albero di noci da cui pendevano serpenti, streghe provenienti da ogni dove che organizzavano orge con la partecipazione del demonio, per poi compiere sortilegi contro la popolazione, erano invisibili, passavano sotto le porte. comparivano di notte con la tempesta, perché erano spiriti simili al vento: insomma un dionisiaco campano, un incubo da hans castorp beneventani. ma a rendere più temibile il tutto era l’atmosfera dei luoghi, affascinanti e misteriosi, dove la luce elettrica non era ancora arrivata e ci si illuminava con candele e lumi a petrolio. la casa era un castelletto in cima a una collina da cui si dominava la valle. sembrava di vivere nel medio evo anche se eravamo ormai negli anni sessanta.
oggi pomeriggio herrmann mi ha parlato di alcuni riti sardi, di credenze popolari che vedono protagoniste le accabadoras, le accoppatrici, il simmetrico delle levatrici che aiutano a nascere. le accabadoras nerovestite sono terminatrici. mentre ascoltavo herrmann mi son tornate alla mente le janare con tutta la loro potenza evocatrice, un’immagine indelebile.

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i miei libri vivono dappertutto

19 Settembre 2010 2 commenti

i miei libri vivono dappertutto, talvolta capovolti, nel mio studiolo, ammucchiati su più file in una una lips vago verde, in camera da letto, qua e là nelle innumerevoli librerie dello studio di herrmann, sulla sua immensa scrivania, sugli alti scaffali nei corridoi, in cucina. apparentemente sono in disordine ma di fatto seguono delle piste che fatalmente s’incrociano in più punti della casa. per un bibliomane ordinato come herrmann è uno scempio, e quotidianamente mi ricorda di “sistemarli”. ma marianne da semplice lettrice crede che ai suoi autori preferiti faccia piacere muoversi un po’, stringere nuove e impensate relazioni. ogni scrittore sa di potersi trovare in balia di una fan anarchica.

che ci fa un catalogo di orologi, su una pila di puskin? proust e mann o fontane tra artusi, carnacina? elementare herrmann, logico: la lettura è un’esperienza personalissima e c’è chi, come me, insegue i dettagli e percorre vie traverse. puskin era affascinato dai segnatempo bréguet, era un cliente affezionato della famosa maison, come victor hugo, max jacob, balzac e stendhal, che la celebrarono nelle loro opere. un favoloso bréguet lo acquista anche onegin prima che sia colto da spleen. quello di evgenij è a suoneria, e il suo trillo annuncia gli impegni mondani del celebre dandy dell’epoca che di vivere ha fretta, e fretta di sensazioni:
della cometa il vino sprizza./roast-beef al sangue è sul suo desco,/tartufi lusso di gioventù/e dei cibi di francia il bijou,/di strasburgo il pâté ancor fresco/fra un limburgo ben fermentato,/e un ananas dorato.
il vino della cometa, è dell’annata 1811, in quell’anno apparve la cometa, descritta anche in guerra e pace. maturarono con facilità l’uve d’ogni maniera e diedero il più generoso e saporito vino che siasi mai bevuto. memorabile ne’ fasti meteorologici e agrari l’anno 1811, col suo ridentissimo autunno e per la cometa comparsa in settembre e in ottobre, come racconta l’agronomo e storico agostino fapanni.
sulla montagna incantata o magica che sia (lasciamo i cavilli agli addetti ai lavori) non è affatto secondario il menù del giorno, colazione, merenda, pranzo e cena, eventualmente dopocena, si mangia a crepapelle.
il dessert che furoreggia nei romanzi dell’800 è il blanc manger o biancomangiare, il dessert per antonomasia, dalla sicilia alla russia in tutte le sue varianti, interpretazioni, profumazioni. e come non citare le madeleines, i crocque-monsieur, la perfetta crema al cioccolato di françoise; la ragazza con l’orecchino di perla che mette insieme e poi tagliuzza gli ortaggi seguendo i colori, leopold bloom che fa colazione con invitanti interiora di animali appena acquistate dal macellaio, e nel corso della mattinata va in cerca di un luogo decente dove poter mettere qualcosa sotto i denti, disgustato da un locale emetico da cui letteralmente fugge (speriamo che posti così siano sostanzialmente letterari!). il pranzo di babette con i perfetti savarin, il cibo magico in como agua para chocolate, e ovviamente la cena di trimalcione.
in un’ideale sfilata di moda letteraria la top model non potrebbe che essere odette, seguita da madame de guermantes per le sue scarpette rosse – da far invidia a carrie bradshow che deve accontentarsi di più ovvie calzature manolo blahnik -, e per le sue artistiche vesti da camera di mariano fortuny. anche gli abiti che il narratore dona ad albertine, prigioniera e sirena, sono di fortuny e riservano entusiasmanti sorprese. seguendo le dotte annotazioni di alberto beretta anguissola marianne ha una visione inaspettata, sull’enciclopedia dell’arte, munita di lente d’ingrandimento legge un cartiglio, minuscolo, che appare su una celebre opera di carpaccio: “con tempo”.
come non far sfilare a mezzanotte cenerentola, su tutte le passerelle, nelle innumerevoli varianti di colore, circa 400, e in tutt’europa? o seguire nei dettagli i grandi balli, le toilettes celebri e le acconciature, come quella di kitty o di anna?
la lista dei link letterari e artistici di marianne sarebbe lunghissima e le sue curiosità in materia tante, ma non può non citare il nome di una poetica ricetta di pellegrino artusi: “un uovo per un bambino”, se non sapete come quietare un bambino che piange perché vorrebbe qualche leccornia per colazione. un nome semplice, non un titolo pomposo alla francese o una tedescheria, come direbbe l’autore nella sua splendida prosa.
Onde se stesso ogni infelice accusi/che non ha in casa il libro dell’artusi;/ e dieci volte un asino si chiami/ se a mente non ne sa tutti i dettami (come dice un poeta, suo ammiratore, in data 14 luglio 1906). marianne ha avuto la fortuna di vivere in una famiglia che da più generazioni si tramanda l’arte di mangiar bene del gran pellegrino e quel gusto per il cibo e per la parola: forse sua nonna quell’”uovo per un bambino” gliel’avrà preparato, come tante altre delizie. tutte ricette di famiglia raccolte in un quadernetto e smarrite misteriosamente durante un trasloco. sua sorella le promette da vent’anni di mandarle la sua rubrica, in fotocopia. marianne aspetta …

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divagazioni in una torrida giornata d’estate

24 Luglio 2010 2 commenti

oggi penso alle vacanze. rintanata in casa per il caldo opprimente cerco di mettere un po’d’ordine tra i miei pensieri in vista della partenza, e da stamattina ho deciso di scrivere liste, su cosa mi resta da fare a roma, sul contenuto delle valige, ma soprattutto sul loro numero. perché i bagagli proliferano, l’uno tira l’altro, stesi per terra si allungano all’inverosimile. c’è la fase critica della scelta e a marianne pare di non poter fare a meno di mucchi di vestiti magliette bermuda e scarpe, conservati con estrema cura per decenni, come nuovi, anche se alla fine li riporta a roma senza averli quasi mai indossati. herrmann è molto paziente, porta con sé il necessario e le riserva sempre spazio in valigia, dà ospitalità agli oggetti ingombranti tipo borse. un’altra scelta importante è quella dei libri e quest’anno particolarmente impegnativa: portarmi libri che da mesi aspettano di esser letti e se ne stanno tranquilli alle mie spalle? quei libri venuti da lontano, quella ricerca iniziata durante l’inverno? sì,l’affaire della famiglia tolstoj marianne l’ha lasciato a metà: deve leggere ancora la verità su mio padre, e anni con mio padre, ovvero i diari dei figli del nobile mugiko. ma quel filone le fa venir voglia di leggere qualcosa di più su lombroso che pure in quell’affaire ha avuto un ruolo, l’alienista ha detto la sua sul genio e l’ha fatto in modo simpatico e accattivante, ha annotato le stranezze dell’insostenibile marito della povera sofia andreevna, una donna sempre sull’orlo di una crisi di nervi in quell’infelicità domestica senza scampo. marianne ha letto un saggio interessante su lombroso, di solito il suo nome evoca sinistre intenzioni, marchiature per l’eternità di tipi fisici con particolari caratteristiche, l’aggettivo lombrosiano spaventa, come tutte le lombrosianerie. e c’è da stare attenti alla reputazione che accompagna alcuni autori, buona o cattiva che sia non è sempre meritata.
ma la mente di marianne reggerà al sole al mare e alle stravaganze di jasnaja poljana? c’è da dubitarne. ecco allora una pista già sfruttata in anni precedenti: libri alla kinsella, ottima da leggere in terrazzo intervallata da diari alla bridget jones, diavoli che vestono prada, qualche orgoglio e pregiudizio, una signorina else insieme a jakob von günten perché il cervello non si perda nella pura materialità degli oggetti quotidiani, nel desiderio di una borsa o di scarpe di manolo, nel nulla nascosto nell’apparenza delle cose, ma valichi i confini della quotidianità, sfiori le altere vette del pensiero per precipitare negli abissi al calar della sera. di fronte a un piatto di spaghetti alle vongole o a un minaccioso gelato postmoderno carico di ombrellini variopinti a osservare passanti che sfilano vocianti e rumorosi con intere famiglie al seguito che si dirigono verso la piazza principale con i suoi circenses. umanità sudata, logorata dalle fatiche marittime, pargoli assonnati sottoposti alle torture notturne che piangono un pianto nervoso e forte. nonni zii cugini fratelli suocere madri, famiglie nucleari che si aggregano e si allargano a macchia d’olio, un ritorno alla vita d’altri tempi che si ripete nelle serate agostane. file di giovani che scalano le stradine del centro storico alla luce di fiochi lampioni, ragazzi e ragazze in un paesaggio notturno con movida.
sì. un percorso di lettura possibile, una traversata spirituale dostoevskjana capovolta: dalle vette agli abissi, senza passare per i monasteri del pentimento, una passeggiata tra insegne e vetrine e cartelli luminosi per strade che raccontano tutto.
ma esistono davvero, e separati, abissi e vette?

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marianne osserva herrmann al lavoro

15 Luglio 2010 Nessun commento

ho di fronte herrman che legge eugen ehrlich, anzi a quanto dice rilegge. un oggetto misterioso di un percorso altrettanto misterioso. marianne decide d’intervistarlo in proposito e riesce a capire che si tratta di diritto, vivente, consuetudinario, canonico, e altro. a herrmann fa piacere di vedere marianne interessata, e da un testo di diritto canonico le cita le seguenti formule:

ut scandala detinentur, delicta caveantur, ecclesiastica disciplina conservetur,

che sono la finalità dei praecepta – mi dice – , e per lui come piccole preziose formule lapidarie, per me delle formule magiche. herrmann si occupa di società e tutto ciò ha interesse e rilevanza per i suoi studi. cita durkheim, tönnies, weber. alla fine marianne scoppia e dice che può bastare. ha il cervello a pezzi. ricorda che anche suo padre ad una semplice domanda rispondeva con una tale abbondanza di dettagli e conoscenze che alla fine marianne preferiva non sapere, non approfondire e non chiedere niente: la.santa, beata, ignoranza.
nel frattempo arriva un provvidenziale pacco di amazon.fr, libri di herrmann che marianne ordina in tutto il mondo perché si tratta sempre di roba introvabile, sconosciuta ai più e talvolta completamente ignota. ormai il cercar libri è per lei diventato un lavoro, non frequenta solo i soliti megastore ma va alla ricerca di piccole case editrici, in tanti paesi del mondo. ma su amazon fa anche qualche piccolo acquisto personale, fa cader giù nel carrello qualche automobilina o dei playmobil 123 per i nipoti. ma com’è che sono due scatoloni? apri, apri, dice marianne. herrmann prende delle grosse forbici per aprire razionalmente i pacchi e disfarsi dei cartoni. con altrettanta cura marianne prova un paio di sandali molto originali che vengono dalla spagna, el naturalista. poi dà uno sguardo ai giocattoli che farà trovare ai piccoli. un momento di riposo, di gioco.
tornando a herrmann quel che più incuriosisce marianne è vedere come si muove nella sua biblioteca, alias nella nostra casa: che sta tramando di tremendo? dopo la pubblicazione di un arduo testo di un tedesco contorto, oscuro, saccente, che osa contraddire il grande tönnies di comunità e società intromettendosi con una terza categoria, il bund, quando bastavano le prime due. ma herrmann lo difende, dice che marianne non ha capito niente e che insomma quel bund ci voleva proprio. sono anni che gli ripeto il mio punto di vista: tönnies ha fotografato la realtà, ha fatto uno scatto per dirla à la magnum, schmalenbach col suo bund fa un film, un cartone animato. introduce un movimento che il grande ferdinand non voleva cogliere. ma herrmann non accetta le mie critiche e arriva a dire che non l’ho letto. robe da matti, l’ho letto almeno tre volte, ho trovato importanti testi su di lui. no, non mi può dire questo solo per difendere il suo bund.
ora si passa ad altro, è evidente che ha un piano.
è curioso vedere un laico come lui leggere testi di diritto canonico o ascoltare radiomaria e il suo capo, padre livio che almeno non è antisemita come quelli di radiomaria polacca. lo incuriosisce perché dice cose antiquate e strane. una forma di voyeurismo intellettuale, è un personaggio questo padre livio. herrmann si diverte per gli interventi degli ascoltatori, esorcisti, veggenti, apparizioni, messaggi, gente che chiede conforto, persone anziane: una tragédie humaine, insomma. interessante: vuoi sentire anche tu? no grazie – gli rispondo – non so che ci trovi di bello a sentirti le prediche di padre livio che crede ancora nel diavolo, è un mariologo. strano ritorno delle parole: mario chiesa era un mariuolo.

sarà pur vero che i sociologi scrivono di tutto, ma quel che fa herrmann mi pare un po’ troppo. anche se a dire il vero è meglio di quando parla di politica o di attualità e tutti i discorsi finiscono in ….inutile dire il nome, nel nostro flagello nazionale, nel mio flagello personale dal ’94: vorrei qualche volta parlar d’altro, ma sì, anche di quei popoli e di quelle tribù sconosciute, perdute, che herrmann conosce quasi fossero suoi parenti. meglio parlare delle mutande bianche dei mormoni, di tikopia, e degli scioscioni, celebri mangiatori di pinoli.

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amo, non amo

24 Aprile 2010 2 commenti

Dopo barthes e perec, nel mio piccolo, inizio la lista:

amo: il mare, il deserto, il caffè ristretto, firenze, lipari, il cioccolato, le sigarette, la pasta con le vongole, con i gamberi, le pappardelle al sugo di lepre, il risotto di mare, il basilico, i pomodori, l’olio, la mozzarella di bufala, la parmigiana di melanzane, la pizza margherita, la frittura all’italiana, il vino rosé, la birra, la cacciagione, il battaglia, thomas mann, albert camus, anna karenina, guerra e pace, la sonata a kreutzer, proust, flaubert, moravia, twain, perec, calvino, mozart, ariosto, barthes, puskin, dostoevskj, truffaut, woody allen, frank capra, hitchock, il mostro di dusseldorf, catherine deneuve, b.b, la sinfonia dei giocattoli, requiem mozart, bergman, maradona, la logica, depardieu, le borse, mark jacobs, vuitton cerises e roses, stephen sprouse, i giocattoli, i cavalli, i pesci, gli anacoluti, le sinfonie inglesi di haydn, ravel, musil, le grand robert, sinonimi e contrari, giochi di parole, l’ulisse, la geometria, edoardo bennato, paolo conte, benigni, lucio battisti, corrado guzzanti, vauro, le favole, il fantasticare, (continua),

non amo: l’afa, l’umidità, i laghi, venezia, i caraibi, il lusso, lo spezzatino, il risotto con lo zafferano, il latte, l’insalata, il pollo, la soia, la pasta fredda, d’annunzio, marino, gide, pennac, arbasino, hamingway, le descrizioni naturalistiche, la geografia, carmina burana, beethoven, rolex, carducci, i pantaloni a vita bassa, abiti da sera, le griffe, albini, armani, valentino, versace, gucci, le galline, i topi, le vespe,  i manichini, la televisione, la radio, il sarcasmo, il populismo, i puzzle, maccari, guttuso, niemeyer, viaggi organizzati, tolstoj dopo la crisi mistica, naomi campbell, bhl, lucia mondella, le vacanze intelligenti, i gioielli, le poste italiane, la scuola, l’arroganza, il dop, le guide turistiche, la fretta, le condoglianze telefoniche, l’ostentazione, gli errori di ortografia, i luoghi comuni,   (continua)

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ma anche il game boy

14 Novembre 2009 Nessun commento
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31 dicembre 2008

1 Gennaio 2009 2 commenti

sono con herrmann nello studio. lui è impegnato nella lettura…ora guardo. ah sì legge millennium, una storia planetaria degli ultimi mille anni scritta da un professore di cambridge. un po’ divulgativa mi dice. sono proprio distratta, l’ho cercato io il libro, su ibs o su amazon, non ricordo. stamattina l’ho lasciato a guardia delle lenticchie e mi è andata bene, poco è mancato che si bruciassero, ma si sa che quando è immerso nella lettura questi rischi s’han da correre. poi sono uscita per bighellonare, andare dalla parrucchiera e fare un po’ di shopping. volevo seguire il consiglio del signor presidente: comprate, comprate, comprate. i negozi erano aperti ma non c’era persona, nelle vetrine solo un’orgia di cineserie proprio bon marché. c’è un tipo di cachemire made in china, colori pastello, taglio polo, come le magliette estive di cotone. l’effetto è carino anche se dura il tempo di un mattino, un po’ come le rose. poi arrivano i pelucchi, tanti, e al lavaggio cedono generosamente tutto il loro colore. scambiano anche le tinte tenui, l’azzurro pallido come il giallo o il verde acqua. le scarpe cinesi costano un’inezia, soprattutto le ballerine di tela e gomma. non hanno marca, non è specificato il luogo di fabbricazione, ma dalla forma capisci subito che possono contenere solo un piedino cinese, arrotondato e costretto fin dalla nascita a una crescita insolita, come i bonsai. così facevano nell’antica cina: le donne di corte camminavano a passi corti e misurati, facevano sfoggio del loro celebre e ricercato piede. anche m.me sarkò – l’ex italienne – porta ballerine per mettere in risalto la statura di monsieur le président, o forse per contribuire a ridurre la spesa pubblica. sarkò bada a spese, ha riciclato l’anello di cécilia regalandolo a carlà in occasione del celebre fidanzamento.    

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24 dicembre, natale con lorenzo

1 Gennaio 2009 1 commento
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diario di qualche giorno fa

3 Maggio 2006 4 commenti

bella giornata di sole a roma. mi sono svegliata tardi e devo scrollarmi di dosso la pigrizia che da qualche giorno mi attanaglia. anche se non è poi male lasciarsi andare e spendere e spandere tempo. faccio colazione pregustando un’intera giornata di libertà. ho diverse ore per prepararmi e me la prendo con comodo. decido di viziarmi, trasformo la mia camera in un istituto di bellezza tiro fuori tutti i tipi di cosmetici che si sono accumulati nei cassetti. quelli comprati, quelli regalati, i campioni omaggio. applicazioni generose di maschere antistress idratanti tonificanti lenificanti, colliri gel mousse. una lunga doccia tiepida e un’energica -forse troppo energica – sferzata ai capelli con la spazzola e il phon. poi passo all’abbigliamento: osservo tutte le mie borse e tiro fuori i pullover e le camicette. un’orgia di colori in cui districarmi e scegliere. intanto il letto è diventato una discarica e la camera un bazar. ho ancora qualche ora. spero che herrmann rimanga a lungo nello studio per non sentire la solita litania sul disordine, sui suoi cassetti che non si aprono più perché i miei scoppiano di buste non sistemate razionalmente. spero che passino a prenderci senza preavviso per poter occultare la stanza degli orrori. abbiamo infatti appuntamento con mia figlia hervée e il marito (una coppia d’ingegneri italo-spagnoli molto energetici) una splendida manager brasiliana collega e amica di mia figlia che mi chiama zia e per me è come una nipote, e con mio figlio che ci raggiungerà al ristorante.
siamo al centro, il tempo è sempre bello, fa un caldo quasi estivo. siamo ancora per strada e ne approfitto per fumare le ultime sigarette prima della forzata rinuncia. entriamo, leggiamo il menù. siamo in un ristorante francese tenuto da missionarie che operano in tutto il mondo. veniamo qui da decenni, si sente effettivamente un’aria pasquale che mi fa ricordare le letterine ai genitori : cara mamma, caro papà, vi prometto che sarò buona, etc.etc.etc.
di tanto in tanto le missionarie fanno qualche rappresentazione, canti, danze, e ti fanno pensare al resto del mondo, ai loro paesi che sono tanti e anche molto lontani.
il caffè lo prendiamo fuori e facciamo una capatina al pantheon che come al solito brulica di turisti. guvi riesce a comprare anche un libro, è difficile che non ci sia un posto dove non trovi qualche rarità, in qualsiasi giorno dell’anno. ma mi accorgo subito che è il secondo volume di una raccolta di poesie che ho comprato anch’io anni fa sulla spiaggia. probabilmente in famiglia siamo grandi finanziatori della casa o più probabilmente della capanna editrice: sono poesie “etniche”.
tornati a casa mi precipito a far scomparire il corpo del reato, in questo sono davvero brava, sposto cumuli da un punto all’atro della casa in tempo di record. non c’è traccia di disordine a meno che non si entri nella ex camera di hervée o di guvi.
è sera, per fortuna non devo preparare niente mangeremo solo un po’ di colomba e cioccolato.
dopo aver visto un’intervista a verdone (sono da sempre una sua fan, mi mette di buon umore solo vederlo), nell’attesa di prezzemolo (trasmissione che non perdo mai: com’è bravo alfonso stagno!!!) lascio che herrmann veda qualche documentario “interessante” che io seguo con la coda dell’occhio mentre gioco a sudoku, schema “diabolico”. mi meraviglio con me stessa di riuscire a seguire la televisione e a scrivere gli 81 numeri, ho forse un pensiero binario. faccio notare a herrmann che sono due diversi giochi linguistici, mi guarda con un’aria di sufficienza e gli cito allora il tractatus nonché i quaderni, e i diari del caro wittgenstein il tutto con grande affettazione. questa volta parto in quarta, decido di barare portando al limite il discorso del grande ludwig attribuendogli affermazioni paradossali che sono solo opera mia. ho ottenuto l’effetto voluto: non fare troppo il professore altrimenti in cattedra ci salgo io! vediamo poi l’ennesima trasmissione su history channel dedicata alla germania. siamo entrambi interessati alla storia contemporanea, ai documenti, ma ognuno di noi ha un modo d’interpretare i fatti, d’inquadrarli, una diversa spiegazione. viviamo weberianamente (meno male che lui non legge blog, non usa internet, perché questa non me la passerebbe mai). proprio ieri pomeriggio gli raccontavo di come da giovane ero stata affascinata dal pensiero di max weber ascoltando una conferenza all’istituto di studi filosofici, dov’ero andata con mio fratello adam, e gli ricordavo con qualche sottolineatura, di aver dovuto rinunciare a un invito a cena con illustri filosofi – c’era il più grande studioso di weber in italia – per ritornare a casa a fare la moglie-madre modello, la stella sociometrica della famiglia nucleare partenopea, ovvero a svolgere un ruolo matriarcale, tipico per alcuni della famiglia napoletana. quest’ultima teoria la condivido pienamente, le donne da noi, altrove non so, hanno un ruolo centrale. senza mezzi termini: comandano.

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perec e benigni: la shoah

28 Aprile 2006 1 commento

perec e benigni: la shoah

postato da marianne

Sabato 6 Dicembre 2003 ore 13:16:14
immaginate di aver letto un libro, dall’inizio alla fine, magari con attenzione particolare, e di non esservi accorti che mancava una lettera. ovvero che non veniva mai usata, neppure sul risvolto di copertina. questo è accaduto non a lettori comuni, ma ad alcuni critici che hanno recensito un libro di georges perec, la disparition (la scomparsa), dove non appare mai la lettera “e”, che in francese per lo più non si pronuncia, è muta. mentre il suono “e” si sente anche se non è presente la lettera in questione perché, perlopiù, “ai” si legge “e”, “in” si legge “en”. l’operazione di perec rientra nel quadro dell’oulipo (laboratorio di letteratura potenziale, costituito nel 1960) che vedeva riuniti molti celebri scrittori, tra i quali raymond queneau (uno dei fondatori, che amalgama tra l’altro, matematica e letteratura) il nostro italo calvino( “se una notte d’inverno un viaggiatore”, “il castello dei destini incrociati” nascono da quell’esperienza). il movimento letterario s’imponeva dei limiti per sfruttare tutte le potenzialità di scrittura, nella convinzione che il porsi dei vincoli nella scrittura amplifichi le potenzialità creative, sia uno stimolo per l’immaginazione.(1)
perec quindi fa scomparire la lettera “e” e porta avanti un intero romanzo, un’operazione veramente difficile. ma la scomparsa della “e” non è solo una prova di bravura, ma un’operazione molto più complessa e carica di significati che vanno al di là dell’esperienza oulipista.
per perec è la tragica entrata della shoah nella sua vita. la scomparsa dei suoi genitori. suo padre muore in guerra, lui era bambino, aveva quattro anni. la scomparsa della “e” è sua madre, sua zia, che scompaiono per essere portate nei campi di sterminio, all’improvviso per strada, in un giorno qualunque, e lui non c’è. è il suo rimanere orfano, i puntini di sospensione della sua vita. a partire dall’età di sei anni tutto quel che gli accade è legato al genocidio. la sua storia e quella della sua famiglia può essere interpretata solo a partire da questa verità. e lui fu il testimone assente di questa verità storica. messo fuori pericolo ma anche al di fuori della Storia e della sua storia, vuole raccontarla questa storia, ma l’unica biografia possibile è la ricerca intorno a un insieme di scomparse. si racconterà senza raccontare di sé. la sua biografia è frammentata in tutti i personaggi dei suoi libri. la sua storia è un non-dicibile in prima persona. passa attraverso personaggi, disegni, segni. è un puzzle che va ricomposto, e manca qualche pezzo per poterlo fare.
la scomparsa come trauma cos’altro è “la vita è bella di benigni”? in molti si son meravigliati nel non vedere comparire nel film di benigni la parte storica della shoah, scompaiono gli uomini e le donne, scompaiono le camere a gas, i crematori, il genocidio come catena di montaggio della morte. i personaggi presenti sulla scena sono comparse che servono per raccontare la storia di quel bambino, di quella madre e di quel padre che vivono quell’esperienza così assurda e traumatica da diventare un non-dicibile alla perec. anche nella vita è bella sono le cose, i segni, che danno voce alla tragedia. il film ricostruisce con rara accuratezza tutti gli ambienti in cui quella tragedia si svolgeva. l’operazione fatta da benigni è particolarmente poetica, un ricordo che non si consuma e non si può consumare nella materialità delle immagini. un’evocazione per segni. pensate agli indovinelli proposti dalla ss, a tutto quello che il padre inventa per il figlio, sono storie, sono giochi, ma hanno un senso, hanno la possibilità di un senso per il bambino, ma anche per il padre. il resto è assurdo non è raccontabile, supera ogni possibilità di spiegazione, di comunicazione.
mi ha meravigliato molto sapere che art spiegelman, autore di “maus”, uno splendido libro che consiglio a chi è interessato di leggere, abbia criticato il film di benigni. eppure tra la vita è bella e mauss c’è un’affinità che a me pare evidente. spiegelman racconta il non-dicibile attraverso un fumetto dove ebrei e nazisti vengono rappresentati come topi e gatti. la storia della tragedia della shoah nella sua famiglia. anche questo è un libro della scomparsa, scomparsa delle persone, un libro del non-dicibile, in bianco e nero.
è chiaro che per comprendere la rappresentazione della shoah come scomparsa, non-dicibile, bisogna conoscere quello che è scomparso. la materialità del genocidio. ed in questo posso comprendere la critica alla vita è bella, non solo di spiegelman, ma di altri critici. lo spettatore che non conosce i fatti, la storia, ovviamente la fraintende. quei vuoti sono vuoti e basta. l’assurdo non lo può cogliere. la storia è una storia possibile.

1) marianne parlerà di questo movimento in un prossimo post.

27 aprile 2006
a distanza di anni mi è venuto in mente di riproporlo: è uno dei post a cui tengo di più…

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