gli eterni babau
sono tanti i babau che s’inventano per far star buoni i pargoli. lì per lì sono efficaci, servono, ma non è detto che non producano effetti collaterali. come una “maria la longa” che mi ero inventata per renata e valida poi anche per guido, perché non si sporgessero dai balconi: li avrebbe afferrati con tutta la forza delle sue lunghe braccia rampicanti sempre tese a cercar bambini. era stretta parente della strega in cui s’imbatte il povero pierino pierone “margherita accendi il fuoco che ritorno qui tra poco e prepara il calderone per bollire pierino pierone” (in fiabe italiane a cura di italo calvino). anni dopo ho saputo che quella figura fantastica compariva a volte nei loro sogni, e si svegliavano impauriti: avevo dato materia all’incubo, marialalonga aveva un posto d’onore nel loro immaginario onirico. per il mio nipotino “la signora carlona” era sempre dietro l’angolo, non doveva allontanarsi troppo ché altrimenti l’avrebbe portato via con sé: era un modo efficace per tenerlo d’occhio in albergo.
Il babau è un espediente che usano tutti i genitori, un noto esempio letterario è l’uomo della sabbia di hoffmann, ma lì gli effetti collaterali sono devastanti, leggere per credere. a marianne da piccola la tata raccontava raccapriccianti favole con orchi e streghe, e lei terrorizzata si addormentava. in campagna d’autunno spirava un vento impetuoso – lo chiamavano la buriana – che pareva parlasse: “sotto l’acqua e sotto u viento, sotto o noce e beneviento”, frase magica pronunciata dalle streghe che si davano convegno la notte sotto un albero di noce, così vuole la leggenda locale. la nostra casa di campagna era proprio in zona, e vi passavamo parte dell’autunno per la lavorazione delle noci. e la tata raccontava la leggenda – riveduta e corretta devo ammettere, ad usum bambini – perché il rito dell’addormentamento si abbreviasse. le janare nella tradizione popolare erano esseri demoniaci, donne urlanti che saltavano intorno a un albero di noci da cui pendevano serpenti, streghe provenienti da ogni dove che organizzavano orge con la partecipazione del demonio, per poi compiere sortilegi contro la popolazione, erano invisibili, passavano sotto le porte. comparivano di notte con la tempesta, perché erano spiriti simili al vento: insomma un dionisiaco campano, un incubo da hans castorp beneventani. ma a rendere più temibile il tutto era l’atmosfera dei luoghi, affascinanti e misteriosi, dove la luce elettrica non era ancora arrivata e ci si illuminava con candele e lumi a petrolio. la casa era un castelletto in cima a una collina da cui si dominava la valle. sembrava di vivere nel medio evo anche se eravamo ormai negli anni sessanta.
oggi pomeriggio herrmann mi ha parlato di alcuni riti sardi, di credenze popolari che vedono protagoniste le accabadoras, le accoppatrici, il simmetrico delle levatrici che aiutano a nascere. le accabadoras nerovestite sono terminatrici. mentre ascoltavo herrmann mi son tornate alla mente le janare con tutta la loro potenza evocatrice, un’immagine indelebile.


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